

Sono circa le nove e mezza quando le luci si spengono. Imbottigliati in mezzo a 14.000 persone, stretti a più non posso, tra gente che salta, poga, impazzisce, cade…inizia la musica, le note di Take A Bow, il delirio…le luci, le mani di Matt Bellamy che passeggiano sui tasti del pianoforte riprese da una videocamera e trasmesse sul maxischermo alle sua spalle, in mezzo a migliaia di stelle. Cazzo le stelle, un cielo stellato che sembra vero. E poi le fiamme, che compaiono su quella specie di gigantesco cono pendente sulla testa del batterista. Una coreografia indescrivibile, migliaia di luci che cambiano in continuazione, immagini che scorrono una dopo l’altra, che sembrano fatte apposta, che sono fatte apposta, per lasciarci a bocca aperta. Matt le canta una dopo l’altra, una più bella dell’altra. “Questa canzone è per la mia ragazza”. E inizia Starlight. L’intero forum, migliaia di voci, che cantano in coro le stesse parole e battono le mani allo stesso tempo. Il pubblico è in delirio, è evidente, e Matt lo ammette. “Siete Incredibili”. Ma anche tu sei incredibili cazzo, con quella voce in falsetto che quando inizia Supermassive Black Hole ci fa impazzire.
E poi Time Is Running Out, Plug In Baby, Stockholm Syndrome. Il pubblico canta, salta, ed è tutto così indescrivibilmente perfetto… E poi i palloni, questi enormi palloni pieni di coriandoli che spuntano dal nulla e si mettono a rimbalzare sul pubblico. Matthew è comodamente seduto sullo sgabello, appoggiato con il gomito al pianoforte, e se la ride. Aspetta che il pubblico li faccia scoppiare tutti, prima di ricominciare a cantare. “Per la prossima canzone tirate fuori tutti i telefonini”. Ogni singola persona sfodera il proprio cellulare, il forum sembra un cielo stellato, e le parole di Invincible vengono cantate da tutti, ma proprio tutti, come quelle di Hysteria…lo ammetto, quando ho capito che stava per iniziare Hysteria ho gridato aiuto, perché “no, io un’altra canzone così non la reggo”…la tipa dietro a te Marti, s’è pure messa a ridere…ma anche lei pensava la stessa identica cosa, ne sono certo. Un’ora e mezza di concerto, che più bello non potrebbe essere stato.
E loro tre…non so neanche come definirli. Dominic Howard, che dalla sua batteria ogni tanto diceva GRAZIE, e non GRAZI, come tutti i membri delle rock band che si rispettino, Chris Wolstenholm, che oltre a suonare il basso e fare da seconda voce, non ha spiaccicato una parola in tutta la serata, ma mi ricordo perfettamente di averlo visto sorridere, felice per la piega che aveva preso il concerto, e Matt…con quella camicetta bianca e quella chitarra ha fatto sfracelli, con quella voce e con i suoi acuti ci ha fatto sognare. E poi New Born, Bliss, City of Delusion, feeling Good, Sunburn…fino a Knights Of Cydonia, con le sue parole che scorrono sul maxischermo, con la gente che stanca morta per lo sforzo fisico continua a cantare, tutti che cantano. E gli effetti speciali, il fumo sparato sul palco, il boato del pubblico…cazzo quel boato di stupore, dinnanzi a cotanta bellezza…e la chiusura col botto che più botto di quello non si poteva. E poi le luci si riaccendono. E’ finito…sui nostri volti campeggia un sorriso difficile da mandare via.
"Allora, ti è piaciuto?"
"Minchia...direi..."
Ci sono state due settimane. Dico, ben due. Durante le quali ho pensato, dopo quattordici anni di agonia, "la scuola è bella". E questo grazie al mio nuovo idolo. Si, lo so Marti, sarai lì a dire "ma come, un'altro?". LUI. Venticinque anni, capelli rasati corti, sempre vestito elegante, in giacca e cravatta, due cellulari, un Motorola RAZR V3 e un Sony Ericksson della Madonna (nel senso che è un bel cellulare, non che appartiene alla Madonna), e fottutamente simpatico. Il Proffessor D'Imperio. Lezione di diritto: "Mettiamo, Davide, che io e te siamo una coppia di ricchionazzi che amano fare comparsate in TV a Buona Domenica. E mettiamo che un giorno ci svegliamo e vogliamo lanciare il nostro marchio di cellulari. Prendiamo le iniziali dei nostri nomi e lo chiamiamo D&V. Lo possiamo fare? Si? No? E se si, in che modo, e facendo attenzione a quali norme? Non dirmelo. Secondo te Massa? Come ti chiami già...Maurizio? Bene Maurizio Massa...Felipe Massa... massa corporea...illuminaci!". La sera guardavo il diario, leggevo "due ore di diritto" e pensavo "boh, domani vado a scuola in orario". Le quattro di pomeriggio, gli chiedo di spiegarmi un paio di concetti che non riuscivano ad entrarmi in testa, e lui vede il mio iPod sbucare dalla tasca della felpa: "Ah bello, cosa ascolti?" Lo prende, lo accende, ed esclama "Franz Ferdinand! Grandissimo!". Ma poi un giorno entra in classe, ci guarda negli occhi uno ad uno e dice: "Ragazzi vi devo dare una brutta notizia. So che molti di voi tenteranno il suicidio, in particolare tu Davide, tenterai di lanciarti da quel balcone. Ho accettato una proposta di lavoro offertami da una famosa casa che produce automobili con sede a Torino. No, non chiedetemi qual'è, non ve lo posso dire, è top secret." L'ultima volta l'ho visto due ore dopo alla macchinetta del caffè. Stavo chiedendo ad una compagna se avesse da scambiare gli spiccioli, e lui mi ha detto "vieni Arma-seven nation army-armageddon, te lo offro io il caffè". In quel momento anche il mio cognome, Armaroli, mi piacque. Ma come tutte le storie, anche questa ha avuto la sua fine. Come direbbe il cane della famiglia Griffin: "E' un peccato. Mondo Gatto!".
Una canzone dopo l’altra passano tre quarti d’ora, e io, come un deficiente, devo andare in bagno. Colgo l’occasione, c’è una canzone che mi piace un po’ meno delle altre, faccio i salti mortali tra la gente seduta sui gradini (che ha pure il coraggio di lamentarsi se la urto) e vado a fare quello che devo fare. Tornando al mio posto mi accorgo che i tipi della security si fanno tranquilli tranquilli i fatti loro, così, anche senza biglietto, faccio una capatina al primo anello senza che nessuno mi dica niente. Alchè mi viene l’ideona: vado a chiamare mio padre e con lui torno al primo anello indisturbato, facendo le scale per la terza volta in una manciata di minuti, con la gente che mi maledice. Bello il primo anello, molto più vicino al palco, e poi sto concerto mi prende sempre di più, una canzone dopo l’altra, una più bella dell’altra. I musicisti sono dei veri fenomeni e Bruce in un paio di occasioni si deve arrendere al pubblico che non gli permette letteralmente di cambiare canzone come nel caso di “Old Dan Tucker”. Lui aveva finito di cantarla e si stava apprestando a dire il solito “Grazie” (anzi, GRAZI), quando la gente invece non ne aveva abbastanza e continuava a cantarne il ritornello…e lui che fa, si lascia scappare l’occasione? No, lui prima fa gesti a mò di direttore d’orchestra, e poi si rimette a cantarla , con la band che non smette di suonare per un momento. Poi la svolta, dico a mio padre “oh, proviamo ad andare sul parterre, al massimo non ci fanno passare”, e così facciamo. Indisturbati finiamo in mezzo alla gente che salta pazza di gioia, e facendoci largo tra la folla, arriviamo a non più di quindici metri dal palco. Che spettacolo. Il Boss si mette a cantare “The River” e il concerto raggiunge livelli inimmaginabili. Dopo due canzoni più lente, tornano le ballate da vecchio west, e io do di testa. E’ la volta di “Pay Me My Money Down”, lui canta le strofe, noi cantiamo il ritornello, lui fa segno di fare più rumore, e noi lo assecondiamo sgolandoci, noncuranti del mal di gola post-concerto. Poi il momento secondo me più bello. Si abbassano le luci, l’atmosfera si fa più intima, le luci dei riflettori sono tutte su di lui. Bastano due note di chitarra per capire che è la volta di “My City Of Ruins”, canzone post 11 settembre dall’album “The Rising”. Io la so tutta ma lascio cantare lui che quasi sotto voce intona la prima strofa. Poi entra la band, le coriste hanno una voce fuori dal normale. Quando dice “with these hands” tutti alzano le mani cantando quasi sottovoce, e quando il ritornello dice “c’mon rise up!” il pubblico esplode, le luci illuminano il palco, con alle spalle dei musicisti una triste tenda grigia raffigurante pioggia cadente. Il Boss cantando questa canzone è serio, la sua memoria torna inevitabilmente ai fatti del World Trade Center, è evidente. E il pubblico sembra capirlo, tanto che l’applauso che ne scaturisce ha un nonsochè di malinconico, nessuno che grida o che fischia per incitare la band, solo un lungo applauso al quale segue un classico “thank you” rivolto alla folla. Il tempo passa, io mi guardo attorno e mi rendo conto di quanto il Palaisozaki sia stracolmo di gente. Le gradinate sono affollate all’inverosimile fino negli angoli da cui vedere il palco è a dire poco un’ impresa, e io non ci posso credere di essere così vicino ad un mostro sacro del rock. Alla mia sinistra c’è mio padre che cerca di cantare le canzoni, inventandosi parole in una lingua che tutto è tranne che l’inglese. Ogni tanto mi dice “Madonna che roba ragazzi” e io gli rispondo “Non ce n’è, sono dei grandi” oppure “Ma ti rendi conto?!”. Davanti, ho una ragazza poco più bassa di me, piccolo particolare che mi permettere di assistere allo show senza alcun problema, che salta e sbraita impazzita, e che non smette un attimo di sorridere, strafelice del momento che sta vivendo. E alla mia destra invece c’è un tipo sulla trentina, preso anch’egli dal concerto, che sa tutte le canzoni a memoria, e del quale mi accorgo quando iniziamo entrambi a battere le mani nello stesso momento e allo stesso ritmo. La gente ci asseconda e in un attimo tutto il pubblico batte le mani con Springsteen che sorride e fa gesti come per dire “più forte…”.
Ma a stare in piedi, ahimè, ci si stanca. Per me non è un problema, tanto lo zaino è praticamente vuoto perché i panini me li sono mangiati, rimangono solo un paio di felpe e un paio di succhi di frutta. Ma mio padre, che è coetaneo del signore per il quale abbiamo pagato il biglietto, ad un certo punto è costretto ad alzare bandiera bianca, e allora mi vedo obbligato ad accompagnarlo a sedersi in prima fila nel primo anello,, comunque non lontano dal palco, dove assistiamo a due canzoni. Dopo un minuto però io sono già lì che gli dico “Oh, riprenditi che dobbiamo di nuovo andare là, a vedere la fine del concerto!”. E così, dopo meno di dieci minuti siamo di nuovo in pista, più o meno nello stesso posto di prima, pronti per il gran finale. Si sa, di solito per l’ultima canzone gli artisti danno il meglio di se stessi,sarà per lasciare un bel ricordo, fattostà che il pubblico si aspetta sempre la chiusura col botto. Il punto è che la band suonava con una tale intensità, e il Boss cantava con una tale voglia di cantare, che durante l’ultima mezz’ora del concerto noi pensavamo che ogni canzone che stavano suonando fosse l’ultima della serata. Insomma, l’ultima mezz’ora è stata stratosferica, con le parti strumentali a farla da padrona, finchè non è arrivata l’ora di American Land, canzone inedita che verrà inserita nella nuova edizione di “We Shall Overcome The Seeger Session”. Questa è stata la cosiddetta chiusura col botto, una chiusura che migliore non ci si poteva immaginare. L’hanno tirata avanti per le lunghe, giocando con gli strumenti, ridendo e scherzando, prima di posare chitarre, violini e via dicendo, per fare l’inchino tutti abbracciati davanti ad un pubblico di quasi 13.000 persone in delirio, che quando si riaccendono le luci del Palaisozaki, dispiaciuto, si rende conto che il Boss se n’è andato, e che il concerto è finito. Mi faccio fare una foto con alle mie spalle gli spalti che vanno via via svuotandosi, e poi ci accodiamo alla folla che si dirige verso le uscite. Mi metto la felpa perché sono sudato marcio, usciamo e un tipo grida “Poster di Bruce Springsteen a tre euro!” ma nessuno lo caga, tutti preferiscono fiondarsi sulle decine di bancarelle che vendono le magliette “tarocche”. Due passi e siamo in macchina, mio padre accende l’autoradio e io metto il CD del Boss. Mentre torniamo a casa guardo e riguardo le foto (venute malissimo) del concerto…è stata una serata impossibile da descrivere, anche se è fin’ora che provo a farlo…per farla breve, basta dire che Springsteen nella mia classifica personale è lì lì al primo posto con Tom Morello…detto questo, detto tutto.
