Oltre a questa avvincente conversazione, di questa serata potremmo ricordare però una miriade di altri fatti e/o avvenimenti. Come ad esempio noi, che a bordo di una Toyota Yaris guidata dal Valenza meglio conosciuto come "Viuuulenza", vistici sorpassare da una Ferrari nonsoilmodellomacomunqueunofigo, sorpassiamo a nostra volta il bolide (da destra), con il conducente che si ammazza dalle risate perchè se solo avesse voluto mettere la terza c'avrebbe sverniciato la macchina, e con noi che gridiamo esaltati "e ringrazia che siamo in cinque su sta macchina, sennò!".
Fino a qualche ora prima sembravo la bella copia del tizio quì di fianco, ma poi ho dormito tanto, ma proprio tanto. E soprattutto bene, rilassato. Senza alcun motivo di preoccupazione. Chessaràmmai. (Ok, basta col sarcasmo). Un pacchetto intero di Togo, un caffè d'orzo, una Redbull e un panino nello zaino, e la gionata comincia bene (cazzo, avevo detto basta): io che arrivo davanti a scuola, Sciarrillo e Massa che parlottano seduti sul maxi-scooter del primo, e, dizionari in mano, s'interrogano sul da quando Dante faccia parte o meno del programma di Quinta, visto che il giorno prima c’è anche chi c’ha fatto un tema, a riguardo. “Oh, ma tu hai fatto quello di cultura generale, vero? Quello sul villaggio globale intendo…”. Il mio cervello ancora in coma causa tre ore di sonno si deve mettere in moto e rispondere ad una domanda. Dai Davide, è semplice questa. Ci penso una manciata di secondi, penso che sì, doveva trattarsi proprio di villaggio globale allora, infatti m’era parsa una cosa del genere al momento della stesura, e gli rispondo “Si, ho fatto quello…insomma, l’ultimo della lista, no? Ce n’erano quattro, e io ho fatto l’ultimo, no? Cioè, l’avranno fatto tutti alla fine…”. Felipe incalza: “Ah, beh, mi sa di si. E cos’hai detto? Cioè, perché qua abbiamo detto tutti quanti che al giorno d’oggi si lavora troppo, che non c’è un minuto di pausa e che non si ha più tempo per se stessi. Non vorrei che pensassero che abbiamo iniziato a copiare già in prima prova…”. Io interdetto ci penso su un altro po’, e poi lo rassicuro: “Ho detto…boh, ho detto delle cose, ora non è che ricordi…si, va beh, quello comunque non mi pare d’averlo detto…”.
Dieci minuti dopo siamo in classe, posizionati, strategicamente in fila uno dietro l’altro sul lato sinistro della classe attaccati al muro, con quel lume di speranza nel cervello a farci anche solo un minimo pensare che suvvìa, in fondo due parole ce le faranno scambiare tra di noi. Insomma, se non aiuto nessuno d’Inglese oggi, poi chi è che m’aiuta in Francese lunedì? È un po’ una questione di business, e io mi sento un po’ Don Vito Corleone. Così m’improvviso sales manager di una fantomatica da me inventata english company con sede a Liverpool, più precisamente ad Abbey Road, e quattro ore dopo, con ben due ore di disavanzo sulla tabella di marcia indetta dai prof., io ho finito la mia cazzo di lettera commerciale che non so se c’ho azzeccato qualcosa o se con quel pezzo di carta ci si potrebbe pulirsi il, dai, facciamo gli inglesi, the ass.
Poi la visione di mia mamma in lontananza mi fa pensare. Le vado incontro, lei preoccupata e tutta presa male mi riempie di domande tipo “Allora?-Com’è andata?-Cos’hai fatto?-Era tanto difficile?-Su, dimmi qualcosa!!!”. “Mamma che te lo dico a fare, era una lettera della Madonna, ma vabbè, l’ho fatta. Cel’hai? L’hai comprato? Sei andata o no a fare spesa? C’era lì, o devo andare a comprarlo io?”. “No, cel’ho, stai tranquillo…è lì davanti, in macchina, dopo calcoliamo i soldi che mi devi”. Mi siedo in macchina, le dico “Dai oh, mica guido io”, sto già ascoltando Icky Thump, leggendo il nuovo numero di American Superbasket. “A te solo di quello importa eh?”. “Mamma, tu non capisci. ‘Sto qua in copertina a ventiquattro anni ha già vinto tre titoli, è l’MVP delle finali e si sposa


Potrebbe funzionare così: io ci rimango, il professore, diciamo il capo del gran giurì riunitosi per l’occasione per distruggere la mia già insulsa e insignificante vita di ventenne che corre dietro ai miti che non fanno più mito e ad altri quattro o cinque gruppetti del cazzo che vabbè che te lo dico a fare, sono i miei idoli, e puntualmente tutti li smerdano, beh, dicevo, quello che tutti chiamano “presidente della commissione d’esame” si dovrebbe alzare, mi dovrebbe sentire il polso, e poi dichiarare: “ora del decesso 15:02”. Vabbè, l’ora l’ho messa a caso, o come si diceva nei pomeriggi passati all’oratorio a giocare a basket, “a muzzo”, insomma, non andate a cercare significati astrusi o geniali dietrologie, che qui non siamo sull’isola di Lost.
Il concetto base di questo post, si ricollega al concetto secondario, che è quello espresso nell’episodio sopraccitato, un concetto secondario che, se si avverasse, sarebbe visto dal sottoscritto nello stesso modo in cui i Boston Celtics vedrebbero una prima scelta al Draft NBA. Il concetto base dice che nel blog, o nel web più in generale, se vuoi passare per quello che la sa lunga, che ha tutto sotto controllo, che scrive da Dio ma che se lo vedi nella realtà è dieci volte meglio, beh, non puoi raccontare i cazzi tuoi. A meno che tu non abbia vinto il Superbowl, a meno che i cazzi tuoi non ti facciano fare bella figura, e che quindi valgano la pena di essere mostrati e/o raccontati. Tipo che sei depresso, e ti tirano le pietre? Te lo tieni per te, scrivi piuttosto dei San Antonio Spurs che vincono il titolo NBA. Ora, datosi che sono si le due di notte, forse anche le tre, poco importa, qui tutto ci vorrebbe tranne che stare a contare il tempo. Perché comunque sia quello che manca è il tempo. Datosi che, diciamolo, sono fottuto, bellamente, completamente, innegabilmente fottuto, perché in terza prova non si può usare il dizionario di Francese e perché le derivate io non so neanche cosa cazzo siano, datosi che semmai tutto questo dovesse finire, intendo la scuola, intendo la saletta del caffè, intendo avere a che fare con gente che per ripicca nei confronti del preside smonta i lavandini, si, dico, datosi che penso che tutto questo prima o poi mi potrà mancare. Datosi che
Io in ‘sto momento non c’ho un cazzo voglia di scrivere un post. Per dirla in maniera ortodossa, in quest’istante non ho l’ispirazione adatta per scrivere quattro-righe-quattro di decente fattura. Ma lo devo scrivere, eccheddiamine, e allora sorbitevelo. Perchè mi sa tanto, e lo dico con simil-rammarico misto rottura di palle, che anche quest’anno la stagione è finita. The end. Fine dei giochi. Fine della pacchia. Tralasciando la ben più nota stagione scolastica, che se fosse per quella non starei parlando della fine della scuola, ma della fine della mia vita, ad opera di mia madre. Beh, dicevo, oggi, in data 6 giugno 2007 (vabbè, il post è stato pubblicato il 7, ma è perchè è in differita come l’NBA su Sky), s’è giocata l’ultima partita della stagione, per il mio Castello Hesperia A. L’occasione era di quelle che non ti fanno dormire la notte, l’amichevole contro i cugini del Castello Hesperia B (notare chi è la squadra “A”, e chi è la squadra “B”, ma questo è un altro discorso).
Tutto era iniziato con Genk che al telefono mi diceva “Senti Dà, ma tu hai intenzione di giocare ancora al Sangone quest’anno? Perché pensavamo di fare una squadretta seria tra di noi…”. Da lì è partito tutto, fino ad arrivare ad un supplementare di troppo dai play-offs.
Ma play-offs o non play-offs, poco importa. La stagione è stata bella, dalla prima partita vinta di uno con canestro di Genk che a
to porno scattate nello spogliatoio, a Miky e ai suoi calzini del booling usati in allenamento "perchè c'hanno i colori fighi". E poi a grazie a tutti gli altri, che se continuo a scrivere, oltre che a sentirmi Piccinini durante l’ultima puntata di Controcampo, vi rompete veramente le palle, a patto che non ve le siate già rotte. Ma vi avverto, o voi squadrette del cazzo che bazzicate nell’ambiente del C.S.I. o ancor più in quello F.I.P., che a settembre si riprende, cazzo se si riprende.
A tutti i miei compagni, loro lo sanno:
