Wind in my hair, I feel part of everywhere
underneath my being is a road that disappeared
late at night I hear the trees
they're singing with the dead
overhead...
Leave it to me as I find a way to be
consider me a satelite for ever orbiting
I knew all the rules but the rules did not know me
guaranteed...
In ritardo di qualche mesetto, perché se mi piace un film di solito non aspetto di rischiare di non poterlo più vedere al cinema perché ritirato dalle sale, oggi ho visto quel gran film che risponde al nome di Into The Wild. Ho aspettato, e aspettato, e aspettato, poi ho capito che con gli amici non lo si andava a vedere, e allora, in compagnia di persone fidate con le quali è sempre un piacere discorrere del perché intrinseco di una certa inquadratura e/o di una certa battuta che a tutti gli altri (ma proprio tutti eh…) non direbbero niente, perché, effettivamente, non vogliono dire niente, sono andato al cinema, saltando deliberatamente il lettorato di Inglese. E il film m’è piaciuto. E anche parecchio. Anzi, di più di parecchio. Partendo dal presupposto che è un mese che ascolto e riascolto le canzoni del già frontman dei Pearl Jam Eddie Vedder, e che ogni volta che sentivo la sua voce e/o la sua chitarra acustica durante la proiezione, esclamavo le parole questa è spettacolare, questa è bellissima e che figata, ecco, partendo da quel presupposto, l’ho trovato un film veramente ammazzante, ma proprio tanto tanto. Nel senso che, voi m’insegnate, quant’è bello vedere un ragazzo che si stupisce della bontà di una mela del cazzo parlandole assieme e elogiandola, dandole addirittura un nome? Questo ragazzo che capisce che non è più cosa, che brucia soldi, carta di credito, carta d’identità, con lo zaino in spalla prende e parte, on the road, verso l’Alaska. Ma, ovvio, non è questo il punto. Perché attorniato come sono in questo momento da TV al plasma della Samsung, computer, iPod e cellulare, non me lo sogno neanche di dire la frase “che bello che sarebbe”, perché, sempre ovvio, avrei solo da prendere e partire (e dopo mezz’ora di passeggiata con lo zaino della Burton in spalle, tornare mestamente a casa). Quello che voglio dire io è che, di solito, un film lo giudico in base alle emozioni che mi fa provare mentre sono seduto in sala. Voglio dire, a me, Il Signore Degli Anelli non dice niente, perché non me ne frega poi molto di elfi con l’arco, di mostri, di hobbit, di torri, e di, più in generale, anelli. Questo film, invece, è riuscito a farmi stare col magone da una decina d’ore a questa parte. Perché va bene che ti deve far provare emozioni, ma Sean Penn ha esagerato. E l’ha fatto talmente bene, ma talmente talmente bene, che io per questo film non posso far altro che stravedere. Bene anzi benissimo fino a un quarto d’ora dalla fine, poi sono crollato nello sconforto più totale, con la signora davanti a me che tirava (giustamente) fuori il fazzoletto, e io che nonostante sapessi che prima o poi la storia sarebbe dovuta andare a sud (perché lo si sapeva che sarebbe finita male), mi buttavo giù, conscio che alla fin fine si, doveva proprio finire male, purtroppo. Ed è finita male. Malissimo. E c’è stato quel secondo lì, quando ho capito com’è che sarebbero andate le cose a Christopher, quando l'ha capito anche lui insomma, che ho ripensato alle lezioni di Storia e Critica del Cinema della Simonigh, e al concetto d’identificazione, di quando lo spettatore condivide con il protagonista i valori, i punti di vista, e anche un po’ le esperienze, anche se le si vede solo sul grande schermo. E pensavo che questo film m’ha fatto provare tante di quelle esperienze, che mi è venuto in mente che io, forse, non ne ho provate e non ne proverò mai abbastanza. Ecco tutto.
“Happiness is not real if it is not shared”
Io sono conscio della piega sempre più negativa che sta prendendo questo blog. Gli sfavillanti post di un tempo che disquisivano veracemente a tutto campo di cose di un certo livello quali politica (seee), filosofia (come no), tauromachia (ah! La tauromachia!) e, chessò io, elettromagnetismo (…???), si sono fatte da parte, o meglio, sono state rimpiazzate, da cose di dubbio interesse generale, quali pagelle di sCuadra, video e rubriche riguardanti telefilm di poco conto, biglietti dei concertini ai quali assisterò, e riflessioni alquanto fuori luogo, tipo, appunto, questa. E allora, per la seria abbiamo fatto trenta facciamo trent’uno, vado ad informarvi delle seguenti cose:
1)
“Houston, abbiamo un problema”
E neanche quest’anno i Rocketts passerono il primo turno dei Play-offs NBA. Sempre che, vista la lotta che c’è nella Western Conference, e visti i risultati in passato della squadra senza una delle sue due stelle, riescano a qualificarsi.
2) Sto cercando adepti, e non scherzo, per il Lebo

3) Io stimo Pavel Nedved. Lo stimavo già prima, in generale. Ora lo stimo ancora di più per quello che ha fatto l’altra sera a Comotto. Così, giusto per mettere le cose in chiaro. Peccato solo che l’arbitro l’abbia visto. Non riesco proprio a capire come abbia fatto a vederlo, anche perchè Pavel ha fatto di tutto per non dare nell'occhio...boh.

Ho abusato del vostro prezioso tempo come al solito.
Ora scusate, ma devo andare a vedere San Remo.
Leggevo un giornale mentre tornavo da Torino, tale Rolling Stone numero di marzo 2008, che negli Stati Uniti, più precisamente in quel di Chicago,
