Avrei voluto iniziare questo post dandogli un titolo dal quale poi sarei partito per scrivere il resto delle cazzate che ogni tanto mi sento in dovere di scrivere, per parlare di tutto quello che mi passava per la testa, focalizzando l’attenzione su un paio di cose in particolare. Il titolo doveva essere “cose successe negli ultimi dieci giorni mentre io NON ero in Sardegna”. Bello eh? L’avete colta la sottile somiglianza al titolo del post di qualche settimana fa, no? Beh, dico io, non era una buona idea? Ok, non era una buona idea. Ma faceva almeno un po’ sorridere, no? No, neanche quello. Ora, visto che da dire di cose ne ho talmente tante che non ho neanche voglia di mettermi a pigiare i tasti della tastiera, potrei buttare lì un “ho iniziato l’università, e Palazzo Nuovo sembra un centro sociale/covo di anarco-insurrezionalisti capitanati da O’Zulù dei 99 Posse”. Potrei, ma non lo faccio. Perché non è che abbia tutta ‘sta voglia di parlare dell’università, dei Placement Test di merda andati di merda, delle lezioni dalle 8:00 alle 10:00 e poi il vuoto più totale dei vari giovedì, venerdì e SABATO. Che se qualcuno di voi attenti lettori abitasse dove abito io, e sapesse quanto ci vuole, tra treno e tram, per arrivare al covo dei BLEC BLOC di cui sopra, capirebbe che avere lezione alle 8:00 di mattina è puro suicidio. Anzi no, peggio: è Letteratura Italiana. Dunque di questo non parlerò. E non parlerò neanche di “Didattica delle Lingue Moderne”, anche se il professore che filma le lezioni e le mette in rete per i non frequentanti mi scassa, con tutti i “grazie al cazzo” che dice. Qualche giorno fa, il giorno prima che iniziassi i corsi, una persona a me molto cara mi disse che il giorno seguente sarebbe stato un giorno molto importante per me. E’ bello conoscere a tal punto una persona da fare in modo che questa riesca a prevedere, senza indizi o altro, che il giorno dopo avresti comprato Magic. Perché l’importanza del giorno era dovuta a quello, mica all’inizio di un nuovo capitolo della mia vita che, in linea di massima, dovrebbe essere importante anziché no…no? Aule da cinquecentocinquanta posti strapiene al punto che gli studenti si devono sedere per terra, con il professore che dice “non preoccupatevi per la situazione posti, con il tempo vedrete che…sarà sempre peggio”, ggiuovani su ggiuovani che ti tirano dietro volantini su volantini dei quali tu leggi le prime due lettere, prima di buttarli per terra perché i cestini ne sono già pieni. E poi la presenza dei Giovani Leninisti che prima o poi, che ve lo dico a fare, fermeranno anche me per parlarmi di cose che io reputo importanti tanto quanto quelle dei poveri, poverissimi, ma proprio poverissimissimi ragazzi della comunità di non so bene che cazzo sia e dove, che, poveretti, ti chiedono “scusa, una domanda sola gentilmente, tu come reputi noi persone in quanto ex-tossicodipendenti?”. Che tu potresti benissimo dirglielo che non te ne frega niente di loro, o che, al massimo, li reputi dei coglioni perché i soldi potevano spenderli in altro modo piuttosto che in sostanze che ti bruciano il cervello, ma no, non glielo dici perché devi fare la parte di quello che comprende il disagio che circonda la società d’oggidì, e come se non bastasse gli devi anche dire gentilmente che non ti interessano né la penna che vendono al costo di quattro euri, né il cartoncino con il disegnino dell’animaletto che vendono al prezzo di cinque euri.
Insomma, anche se in ritardo rispetto agli altri anni, è ricominciato tutto. E io già non ne posso più.
Succede che mi alzo dal letto fresco come una rosa che saranno tipo le sei di mattina. Fresco fresco perché questa volta le ore di sonno sono state ben due. Per l’esattezza dalle dieci e mezza a mezzanotte e mezza della sera precedente, poi zero. Dopo essermi girato e rigirato nel letto per fate voi il calcolo delle ore che tanto non è difficile, mi mangio il solito pacchetto di Togo al cioccolato fondente, mi bevo il solito caffè d’orzo, e via dicendo, tutte le cose che faccio di solito, compreso comprare al bar questa volta ben due Red-Bull, perché è il giorno dell’orale, e io sono in coma. Fattostà che sono davanti alla porta, dall’altra parte del muro c’è la commissione d’esame , e io faccio ad Alvarez e Samu “pochi cazzi raga, lo so che ci siete prima voi di me, ma non è un problema se passo io e me la levo subito, vero?” Loro stentano a crederci e quasi s’inchinano, dunque entro, saluto, mi siedo, e terrorizzato mi sento dire qualcosa tipo “Ah, questa è la sua tesina…si…ma non è che gioca troppo alla Playstation lei?”. Il titolo è
Oltre a questa avvincente conversazione, di questa serata potremmo ricordare però una miriade di altri fatti e/o avvenimenti. Come ad esempio noi, che a bordo di una Toyota Yaris guidata dal Valenza meglio conosciuto come "Viuuulenza", vistici sorpassare da una Ferrari nonsoilmodellomacomunqueunofigo, sorpassiamo a nostra volta il bolide (da destra), con il conducente che si ammazza dalle risate perchè se solo avesse voluto mettere la terza c'avrebbe sverniciato la macchina, e con noi che gridiamo esaltati "e ringrazia che siamo in cinque su sta macchina, sennò!".
Fino a qualche ora prima sembravo la bella copia del tizio quì di fianco, ma poi ho dormito tanto, ma proprio tanto. E soprattutto bene, rilassato. Senza alcun motivo di preoccupazione. Chessaràmmai. (Ok, basta col sarcasmo). Un pacchetto intero di Togo, un caffè d'orzo, una Redbull e un panino nello zaino, e la gionata comincia bene (cazzo, avevo detto basta): io che arrivo davanti a scuola, Sciarrillo e Massa che parlottano seduti sul maxi-scooter del primo, e, dizionari in mano, s'interrogano sul da quando Dante faccia parte o meno del programma di Quinta, visto che il giorno prima c’è anche chi c’ha fatto un tema, a riguardo. “Oh, ma tu hai fatto quello di cultura generale, vero? Quello sul villaggio globale intendo…”. Il mio cervello ancora in coma causa tre ore di sonno si deve mettere in moto e rispondere ad una domanda. Dai Davide, è semplice questa. Ci penso una manciata di secondi, penso che sì, doveva trattarsi proprio di villaggio globale allora, infatti m’era parsa una cosa del genere al momento della stesura, e gli rispondo “Si, ho fatto quello…insomma, l’ultimo della lista, no? Ce n’erano quattro, e io ho fatto l’ultimo, no? Cioè, l’avranno fatto tutti alla fine…”. Felipe incalza: “Ah, beh, mi sa di si. E cos’hai detto? Cioè, perché qua abbiamo detto tutti quanti che al giorno d’oggi si lavora troppo, che non c’è un minuto di pausa e che non si ha più tempo per se stessi. Non vorrei che pensassero che abbiamo iniziato a copiare già in prima prova…”. Io interdetto ci penso su un altro po’, e poi lo rassicuro: “Ho detto…boh, ho detto delle cose, ora non è che ricordi…si, va beh, quello comunque non mi pare d’averlo detto…”.
Dieci minuti dopo siamo in classe, posizionati, strategicamente in fila uno dietro l’altro sul lato sinistro della classe attaccati al muro, con quel lume di speranza nel cervello a farci anche solo un minimo pensare che suvvìa, in fondo due parole ce le faranno scambiare tra di noi. Insomma, se non aiuto nessuno d’Inglese oggi, poi chi è che m’aiuta in Francese lunedì? È un po’ una questione di business, e io mi sento un po’ Don Vito Corleone. Così m’improvviso sales manager di una fantomatica da me inventata english company con sede a Liverpool, più precisamente ad Abbey Road, e quattro ore dopo, con ben due ore di disavanzo sulla tabella di marcia indetta dai prof., io ho finito la mia cazzo di lettera commerciale che non so se c’ho azzeccato qualcosa o se con quel pezzo di carta ci si potrebbe pulirsi il, dai, facciamo gli inglesi, the ass.
Poi la visione di mia mamma in lontananza mi fa pensare. Le vado incontro, lei preoccupata e tutta presa male mi riempie di domande tipo “Allora?-Com’è andata?-Cos’hai fatto?-Era tanto difficile?-Su, dimmi qualcosa!!!”. “Mamma che te lo dico a fare, era una lettera della Madonna, ma vabbè, l’ho fatta. Cel’hai? L’hai comprato? Sei andata o no a fare spesa? C’era lì, o devo andare a comprarlo io?”. “No, cel’ho, stai tranquillo…è lì davanti, in macchina, dopo calcoliamo i soldi che mi devi”. Mi siedo in macchina, le dico “Dai oh, mica guido io”, sto già ascoltando Icky Thump, leggendo il nuovo numero di American Superbasket. “A te solo di quello importa eh?”. “Mamma, tu non capisci. ‘Sto qua in copertina a ventiquattro anni ha già vinto tre titoli, è l’MVP delle finali e si sposa
Potrebbe funzionare così: io ci rimango, il professore, diciamo il capo del gran giurì riunitosi per l’occasione per distruggere la mia già insulsa e insignificante vita di ventenne che corre dietro ai miti che non fanno più mito e ad altri quattro o cinque gruppetti del cazzo che vabbè che te lo dico a fare, sono i miei idoli, e puntualmente tutti li smerdano, beh, dicevo, quello che tutti chiamano “presidente della commissione d’esame” si dovrebbe alzare, mi dovrebbe sentire il polso, e poi dichiarare: “ora del decesso 15:02”. Vabbè, l’ora l’ho messa a caso, o come si diceva nei pomeriggi passati all’oratorio a giocare a basket, “a muzzo”, insomma, non andate a cercare significati astrusi o geniali dietrologie, che qui non siamo sull’isola di Lost.
Il concetto base di questo post, si ricollega al concetto secondario, che è quello espresso nell’episodio sopraccitato, un concetto secondario che, se si avverasse, sarebbe visto dal sottoscritto nello stesso modo in cui i Boston Celtics vedrebbero una prima scelta al Draft NBA. Il concetto base dice che nel blog, o nel web più in generale, se vuoi passare per quello che la sa lunga, che ha tutto sotto controllo, che scrive da Dio ma che se lo vedi nella realtà è dieci volte meglio, beh, non puoi raccontare i cazzi tuoi. A meno che tu non abbia vinto il Superbowl, a meno che i cazzi tuoi non ti facciano fare bella figura, e che quindi valgano la pena di essere mostrati e/o raccontati. Tipo che sei depresso, e ti tirano le pietre? Te lo tieni per te, scrivi piuttosto dei San Antonio Spurs che vincono il titolo NBA. Ora, datosi che sono si le due di notte, forse anche le tre, poco importa, qui tutto ci vorrebbe tranne che stare a contare il tempo. Perché comunque sia quello che manca è il tempo. Datosi che, diciamolo, sono fottuto, bellamente, completamente, innegabilmente fottuto, perché in terza prova non si può usare il dizionario di Francese e perché le derivate io non so neanche cosa cazzo siano, datosi che semmai tutto questo dovesse finire, intendo la scuola, intendo la saletta del caffè, intendo avere a che fare con gente che per ripicca nei confronti del preside smonta i lavandini, si, dico, datosi che penso che tutto questo prima o poi mi potrà mancare. Datosi che
Ci sono state due settimane. Dico, ben due. Durante le quali ho pensato, dopo quattordici anni di agonia, "la scuola è bella". E questo grazie al mio nuovo idolo. Si, lo so Marti, sarai lì a dire "ma come, un'altro?". LUI. Venticinque anni, capelli rasati corti, sempre vestito elegante, in giacca e cravatta, due cellulari, un Motorola RAZR V3 e un Sony Ericksson della Madonna (nel senso che è un bel cellulare, non che appartiene alla Madonna), e fottutamente simpatico. Il Proffessor D'Imperio. Lezione di diritto: "Mettiamo, Davide, che io e te siamo una coppia di ricchionazzi che amano fare comparsate in TV a Buona Domenica. E mettiamo che un giorno ci svegliamo e vogliamo lanciare il nostro marchio di cellulari. Prendiamo le iniziali dei nostri nomi e lo chiamiamo D&V. Lo possiamo fare? Si? No? E se si, in che modo, e facendo attenzione a quali norme? Non dirmelo. Secondo te Massa? Come ti chiami già...Maurizio? Bene Maurizio Massa...Felipe Massa... massa corporea...illuminaci!". La sera guardavo il diario, leggevo "due ore di diritto" e pensavo "boh, domani vado a scuola in orario". Le quattro di pomeriggio, gli chiedo di spiegarmi un paio di concetti che non riuscivano ad entrarmi in testa, e lui vede il mio iPod sbucare dalla tasca della felpa: "Ah bello, cosa ascolti?" Lo prende, lo accende, ed esclama "Franz Ferdinand! Grandissimo!". Ma poi un giorno entra in classe, ci guarda negli occhi uno ad uno e dice: "Ragazzi vi devo dare una brutta notizia. So che molti di voi tenteranno il suicidio, in particolare tu Davide, tenterai di lanciarti da quel balcone. Ho accettato una proposta di lavoro offertami da una famosa casa che produce automobili con sede a Torino. No, non chiedetemi qual'è, non ve lo posso dire, è top secret." L'ultima volta l'ho visto due ore dopo alla macchinetta del caffè. Stavo chiedendo ad una compagna se avesse da scambiare gli spiccioli, e lui mi ha detto "vieni Arma-seven nation army-armageddon, te lo offro io il caffè". In quel momento anche il mio cognome, Armaroli, mi piacque. Ma come tutte le storie, anche questa ha avuto la sua fine. Come direbbe il cane della famiglia Griffin: "E' un peccato. Mondo Gatto!".